Yogasutra di Patanjali


Riguardo alla vita di Patanjali poco, se non nulla, può essere detto. La tradizione riporta che al momento della nascita egli fece delle rivelazioni sul passato, sul presente e sull’avvenire, dando prova dell’intelligenza e dell’acume di un saggio, quando non era che un neonato. Ma vi è anche un altro Patanjali menzionato nei libri Indù. Nato a Gonarda, nell’India Orien­tale, andò a risiedere temporaneamente in Kashmir. Della figura enigmatica e mai contestualizzata di Patanjali tutto ciò che possediamo è la Filoso­fia esposta negli Aforismi.Riguardo ai sistemi Yoga, non possiamo far me­glio che riportare alcune osservazioni introduttive di H. S. Olcott, Presidente della Società Teosofica, al­l’Edizione di Bombay di questi Aforismi, nell’agosto del 1885. Egli diceva: quot;Il sistema Yoga è diviso in due sezioni principali – Hata e Raja Yoga. Vi sono numerose divisioni mino­ri che possono essere collocate sotto l’uno o l’altro di questi titoli. Lo Hata Yoga è stato promulgato e prati­cato da Matsendra Nath e Goraksh Nath e dai loro discepoli, nonché da numerose sètte di asceti di questo paese (l’India). Questo sistema si riferisce princi­palmente alla parte fisiologica dell’uomo e tende a rendere stabile la sua salute e ad allenare la sua vo­lontà. I metodi prescritti per raggiungere questo sco­po, sono così difficili che solo poche anime risolute percorrono tutte le tappe della sua pratica, mentre molti sono coloro che si sono arenati e che sono morti nel tentativo. É per questo che tale sistema è denun­ciato con energia da tutti i filosofi. L’eminente Sankaràchàrya fa notare, nel suo trattato intitolato Aparokshanubhuti: ‘il sistema dello Hatha Yoga è destinato a coloro i cui desideri mondani non sono pacificati o sradicati’. Altrove, egli ha energicamente sconsigliata questa pratica. D’altra parte, i Raja Yogi tentano di controllare la mente stessa, seguendo le regole stabilite dal più gran­de degli adepti”.

Le regole di Patanjali costringono lo studente non solo ad acquisire una giusta conoscenza di ciò che è reale e di ciò che non lo è, ma anche a praticare tutte le virtù, e benché i risultati non siano rapidamente percepibili come nel caso di chi pratica con successo lo Hatha Yoga, questo sistema è infinitamente più si­curo ed è certamente spirituale, cosa che non è lo Hatha Yoga. Negli Aforismi di Patanjali si trova qual­che breve allusione alle pratiche dello Hatha Yoga, come le “posizioni”, ciascuna delle quali è sempre più difficile, e la “ritenzione del respiro”, ma egli afferma chiaramente che le mortificazioni e le altre pratiche hanno lo scopo o di estinguere certe afflizioni mentali o di facilitare il raggiungimento della concentrazione della mente. Nella pratica dello Hatha Yoga, al contrario, il ri­sultato è lo sviluppo psichico a detrimento della na­tura spirituale, il cui progresso viene rimandato. Le ultime pratiche citate ed i loro risultati possono se­durre lo studente occidentale, ma, secondo la nostra conoscenza delle difficoltà inerenti alla razza, non c’è da temere di vedere molti studenti perseverare in que­ste pratiche.

Questo libro è stato scritto a vantaggio degli stu­denti sinceri e specialmente per coloro che compren­dono almeno un poco ciò che Krishna intende nella Bhagavat-Gita quando dice che, grado a grado, la co­noscenza spirituale scaturisce interiormente ed illu­mina con i suoi raggi ogni soggetto ed oggetto. Non si deve mai dimenticare che Patanjali non aveva bisogno di affermare o di rafforzare la dottrina della reincarnazione. Essa è sottintesa in tutti gli Aforismi. Senza la Reincarnazione, gli Aforismi di Patanjali sono senza valore. La reincarnazione diviene una necessità: la manifestazione in ogni incarnazione degli effetti dei depositi mentali creati in vite pre­cedenti, è possibile attraverso la formazione del­l’unico tipo fisico e mentale, di costituzione e di ambiente, che è in grado di portarli alla luce. Sia che tali depositi provengano da vite precedenti sulla terra o perfino da altri cicli, si tratta pur sempre di reincarnazione. Così, nel corso di tutti gli Aforismi, questa legge è tacitamente ammessa.

Per comprendere il sistema esposto in que­st’opera è pure necessario ammettere l’esi­stenza dell’anima ed in confronto la non im­portanza del corpo fisico che essa abita. Poi­ché Patanjali sostiene che la Natura esiste solo per l’interesse dell’anima, nell’esistenza della quale è scontato che lo studente creda. Quindi egli non si prende la pena di provare ciò che ai suoi tempi era ammesso da tutti. E siccome egli afferma che il reale sperimentatore e conoscitore è l’anima e non la mente, ne consegue che quest’ulti­ma, definita un “organo interno” o “principio pen­sante”, benché più elevata e sottile del corpo, non è altro che uno strumento adoperato dall’anima per acquisire delle esperienze, nella stessa maniera in cui un astronomo adopera il suo telescopio per otte­nere delle informazioni sui cieli. Ma la mente è un fattore importantissimo nel conseguimento della con­centrazione; questa, d’altra parte, non può essere ottenuta senza la mente, ed osserviamo che perciò nel Capitolo I, Patanjali vi dedica la sua attenzione. Egli dimostra che la mente è, come egli la definisce, “modificata” da tutti gli oggetti o soggetti che le sono presentati o verso i quali è rivolta. Men­tre l’organo interno si modella in tal modo sull’ogget­to, nello stesso tempo riflette tale oggetto e le sue proprietà, sull’anima. I canali attraverso i quali la mente è obbligata a passare per giungere ad un og­getto o ad un soggetto, sono gli organi della vista, del tatto, del gusto, dell’udito, etc… Così, dunque, attra­verso l’udito essa assume la forma dell’idea che può essere data con la parola o, attraverso gli occhi, dalla lettura, prende la forma di ciò che è stato letto, ed ancora, le sensazioni quali il caldo e il freddo la mo­dificano direttamente e indirettamente per associa­zione e ricordo, e ugualmente avviene nel caso di tutti i sensi e di tutte le sensazioni.

È inoltre risaputo che quest’organo interno, pur avendo un’innata disposizione ad assumere l’una o l’altra modificazione che sono in funzione di un co­stante ritorno degli oggetti, può essere controllato e ridotto ad uno stato di calma assoluta. É proprio questo che Patanjali intende con “im­pedire le modificazioni”. Si vede bene in questo caso, la necessità della teoria che fa dell’anima la reale esperimentatrice e conoscitrice. Poiché se noi fossi­mo solo la mente o degli schiavi della mente, non potremmo mai raggiungere la reale conoscenza, per­ché l’incessante panorama degli oggetti modifica con­tinuamente quest’organo non controllato dall’anima, impedendogli sempre di raggiungere la vera cono­scenza. Ma poiché l’Anima è considerata superiore alla Mente, essa ha il potere d’impossessarsene e di te­nerla sotto controllo, a condizione però che noi uti­lizziamo la volontà per aiutarla in questo lavoro, è allora solamente che si realizzano il fine reale ed il vero scopo della mente.

Queste tesi implicano che la volontà non è com­pletamente dipendente dalla mente ma che può es­serne separata e, inoltre, che la conoscenza esiste come un’astrazione. La volontà e la mente non sono che dei servitori a disposizione dell’anima. Ma da così lungo tempo siamo dominati dalla vita materiale e non ammettiamo che il reale conoscitore e il solo sperimentatore è l’anima, che questi servitori resta­no gli usurpatori della sovranità dell’anima. E’ per questo che nelle antiche opere Indù si afferma che “l’Anima è l’amica del sé ma anche la sua nemica” e che l’uomo deve elevare il sé attraverso il Sé” In altre parole, c’è una lotta costante tra il sé inferiore ed il Sé Superiore, in cui le illusioni della materia intraprendono di continuo una guerra sen­za tregua contro l’Anima, tendendo sempre a trasci­nare verso il basso i principi interiori i quali, essen­do situati in posizione mediana tra il superiore e l’inferiore, sono capaci di raggiungere sia la salvezza che la dannazione.

Negli Aforismi non ci sono riferimenti alla volon­tà. Essa pare sottintesa, sia come una realtà ben com­presa ed ammessa, sia come uno dei poteri dell’ani­ma stessa di cui non si discute. Numerosi antichi autori Indù ritengono, e noi siamo disposti ad adot­tare il loro punto di vista, che la Volontà è un potere spirituale, una funzione o un attributo, costantemen­te presente in ogni parte dell’Universo. É un potere incolore al quale non può essere attribuita nessuna qualità di bene o di male, ma che può essere usato in qualsiasi modo scelto dall’uomo. Quando tale potere è considerato come ciò che nella vita ordinaria si dice “volontà”, osserviamo che esso opera unicamente in connessione con il corpo materiale e con la mente, guidato dal desiderio; considerato sotto l’aspetto dell’influenza dell’uomo sulla vita, esso è più misterio­so, perché la sua azione va oltre la portata della men­te; analizzato nei suoi rapporti con la reincarnazione dell’uomo o con la persistenza dell’universo manife­stato attraverso un Manvantara, esso appare ancora più lontano dalla nostra comprensione e vasto nel suo fine. Nella vita ordinaria la volontà non è schiava dell’uomo, ma essendo guidata solo dal desiderio, essa fa dell’uomo uno schiavo dei propri desideri. É da questo fatto che ha avuto origine l’antica massima cabalistica “dietro la Volontà sta il Desiderio”. I desi­deri, trascinando di continuo l’uomo in ogni direzio­ne, lo inducono a commettere delle azioni e a gene­rare dei pensieri che sono di natura tale da determi­nare la causa e la forma di numerose incarnazioni, e lo asservono ad un destino contro il quale egli si ri­bella e che costantemente distrugge e ricrea il suo corpo mortale. E’ un errore dire di coloro che sono conosciuti come uomini di forte volontà, che i loro voleri sono completamente a loro asserviti, poiché essi sono talmente imprigionati nel desiderio, che quest’ultimo, essendo forte, mette in azione la vo­lontà verso la realizzazione degli scopi desiderati. Ogni giorno osserviamo degli uomini, buoni o cattivi, pre­valere nei loro diversi campi di azione. Dire che negli uni la volontà è buona e negli altri è cattiva, è un errore evidente e dovuto al fatto di scambiare la vo­lontà, lo strumento o la forza, con il desiderio che la mette in azione verso uno scopo buono o cattivo. Ma Patanjali e la sua scuola sapevano bene che si sa­rebbe potuto scoprire il segreto che permette di diri­gere la volontà con una forza dieci volte superiore all’ordinaria, se essi ne avessero indicato il metodo, e che degli uomini malvagi dai forti desideri e privi di coscienza, l’avrebbero utilizzata impunemente con­tro i loro simili; essi sapevano anche che perfino de­gli studenti sinceri possono essere sviati dalla spiri­tualità se rimangono abbagliati dai risultati stupefa­centi prodotti da un addestramento soltanto della vo­lontà. Così Patanjali, per queste ed altre ragioni, con­servò il silenzio sull’argomento.

Il suo sistema postula che Ishwara, lo spirito nell’uomo, non è toccato dalle afflizioni, dalle azioni, dai frutti delle azioni o dai desideri, e che quando un fermo atteggiamento è assunto allo scopo di raggiun­gere l’unione con lo spirito attraverso la concentra­zione, Esso viene in aiuto del sé inferiore e lo eleva gradualmente a dei piani superiori. In questo pro­cesso la Volontà acquisisce gradualmente una ten­denza sempre più forte ad agire secondo una linea differente da quella tracciata dalla passione o dal desiderio. Così essa si libera dal dominio del deside­rio e finisce per assoggettare la mente stessa. Ma fino a quando la perfezione in tale pratica non è raggiun­ta, la volontà continua ad agire secondo il desiderio, soltanto che quest’ultimo si è trasformato in aspira­zione per cose più elevate e lontane da quelle della vita materiale. Il Capitolo III ha lo scopo di definire la natura della condizione di perfezione, che qui è det­ta Isolamento. L’Isolamento dell’Anima in questa filosofia non si­gnifica che un uomo si separa dai suoi simili diven­tando freddo e duro, ma significa unicamente che l’Anima è separata o liberata dalla schiavitù della materia e del desiderio, essendo a questo punto ca­pace di agire in vista di compiere il fine della Natura e dell’Anima Universale che include le anime di tutti gli uomini. Questo fine è chiaramente indicato negli Aforismi. Numerosi lettori e pensatori superficiali, per non parlare di quelli che si oppongono alla filosofia Indù, non mancano di affermare che gli Jivanmukta o Adepti, si separano da ogni forma di vita umana, da ogni attività e da ogni partecipazione alle relazio­ni sociali, isolandosi su delle inaccessibili montagne dove nessun grido può raggiungere le loro orecchie. Una tale accusa è direttamente in antitesi ai princìpi della filosofia che prescrive il metodo ed i mezzi per raggiungere una simile condizione.