Le arti dello yoga


Il primo accenno allo yoga nel mondo vedico (i Veda sono i più antichi testi sacri induisti) si ritrova nella Katha Upanishad, dove lo yoga viene paragonato a un carro di cui la coscienza ragionante è il cocchiere: il dominio del corpo viene quindi raggiunto tramite il controllo dei sensi. Questo testo è un antico esempio di un’idea yoga fondamentale: anima e corpo non sono totalmente separati ma legati, perciò l’austerità corporea può influire sulla coscienza, e il controllo dei sensi può conferire la possibilità di dominio sulla materia (prakriti). L’idea fu sviluppata dall’ hatha yoga e dalle scuole yoga che adottano la nozione di kundalini con la tecnica del pranayama (controllo del respiro), poi­ché si ritiene che la coscienza inferiore e quella superiore vengano animate dalla stessa forza vitale (prana).

Si dice spesso che la Bhagavadgita (testo sacro induista) è un libro di yoga, poiché sottolinea l’importanza dell’autodisciplina e del controllo dei sensi come tecniche fondamentali di uno yoga definito nel testo come “equilibrio” della coscienza individuale e universale. “La mente ondeggiante e irrequieta continua il suo vagabondaggio”, dice Krishna all’abbattuto Arjuna. “Devi riportarla indietro e concentrarla sempre sull’anima…Yoga è armonia”, prosegue, “armonia nel mangiare e nel riposare, nel sonno e nella veglia: perfezione in tutto ciò che si fa”. Lo yoga che Krishna espone nella Bhagavadgita è il karma yoga del controllo dell’azione, e il bhakti yoga, la via della devozione.

La bhakti è una dottrina deistica, la quale crede in una divinità distinta, personale e attiva, che il devoto può raggiungere col potere della devozione e dell’ amore. Anziché lottare per sfuggire al mondo illusorio della realtà quotidiana, gli yogin della corrente bhakti lo accolgono, e dovunque vedono la gloria manifesta della loro divinità. Per Krishna la bhakti è la più elevata forma di disciplina yoga. “Di tutti gli yogin, coloro che mi adorano ferventi, smarrendosi nell’amore, arrivano più vicino al mio cuore, sono più uniti a me”. La forma di yoga diffusa oggi in Occidente fu elaborata per primo negli Yogasutra, attribuiti a Patanjali. Alcuni studiosi sostengono che questo testo sia stato scritto addirittura nel II secolo a.C., ma è probabile sia più recente. L’originale comprende soltanto 195 frasi brevi o aforismi, ai quali una mole di commentari posteriori si è aggiunta attraverso i secoli. Il sistema di pensiero degli Yogasutra è dualistico: Patanjali traccia la via verso una liberazione (kaivalya) che implica il distacco dell’anima individuale dal mondo della materia, così come dalle altre anime. Il modo per liberarsi è la concentrazione mentale: il graduale ritiro dell’attenzione dall’esperienza mondana, per dirigerla verso una coscienza interiore permanente e non illusoria (purusha).

L’HATHA YOGA

Lo scopo dell’hatha yoga (yoga della forza) è di rendere il corpo un degno ricettacolo per la realizzazione di sé, e perciò si tratta della più concreta di tutte le discipline yoga. Anziché respingere il corpo come strumento inutile di maya (l’illusione), l’hatha yoga lo considera uno strumento della liberazione. Gli yogin non vedono alcuna differenza fra coscienza inferiore o superiore, fra corpo e mente, sentendoli tutti come manifestazioni della stessa “forza vitale” (prana).

La destrezza fisica, importante in tutte le discipline yoga, diventa dominante nell’ hatha yoga, che usa un numero notevole di esercizi fisici per incanalare e manipolare l’energia vitale. Essi comprendono principalmente le posizioni del corpo (asana), la concentrazione mentale e il controllo del respiro (pranayama). Questa disciplina è stata generalmente rifiutata dalle scuole hindu più ortodosse, che considerano la sua “magia del corpo” e l’acquisizione di poteri soprannaturali come manifestazioni di decadenza spirituale. Ciò non ha tuttavia diminuito l’influenza dell’ hatha yoga, i cui esercizi fisici e metodi di addestramento mentale sono diventati in anni recenti le tecniche yoga di gran lunga più diffuse in Occidente.

L’hatha yoga cominciò ad essere diffuso dalla setta dei Kanpatha, il cui fondatore, l’asceta Gorakhnatha (X secolo), fu anche il più importante guru dei sadhu Natha. I siddha (maestri yoga) Kanpatha e Natha cercavano la liberazione attraverso la trasformazione alchemica del corpo in un corpo yoga “sottile”, immune dal karma (ruota delle rinascite) e dalla malattia e dotato di poteri soprannaturali. Alcuni esercizi fisici, come il controllo del respiro, erano usati per stimolare l’afflusso di energia vitale nel “canale centrale” (sushumna nadi) che va dal cakra inferiore situato alla base del bacino fino al “Loto dai mille petali”, in cima alla testa. Quest’ultimo è la sede di Shiva, il quale è “pura coscienza”. L’hatha yoga sottolinea con forza l’importanza del processo di purificazione: il primo livello da raggiungere è l’eliminazione della malattia dal corpo, poi l’adepto deve espellere l’impurità (dosha) che limita i futuri miglioramenti.

Un nuovo corpo “perfetto” viene quindi costruito a partire dal soma o amrita (nettare dell’immortalità) che riempie il cakra superiore. Questo elisir divino scende a gocce dal cakra superiore e viene volatilizzato dal “sole fiammeggiante” che sta in fondo al canale sushumna. Invertendo questo flusso gli adepti possono invece “bruciare” i propri corpi mortali e costruirne di nuovi, immortali, servendosi del nettare. Lo yogin trasforma quindi il proprio corpo”perfetto” in uno divino, e così raggiunge lo stato di essere supremo.